“MIO FIGLIO, DISABILE, MI INSEGNA TUTTI I GIORNI CHE LUI PUÒ TUTTO”

Intervento di una mamma di Carrozzine Determinate, Angela Di Donato, sul tema della disabilità.

La prima volta che lessi che la disabilità è definita “una condizione di disagio in un ambiente sfavorevole” elaborai una considerazione piuttosto assurda… ma questo lo capisco solo oggi. La considerazione fu questa : “ma dov’è che si parla di malattia in questa definizione?”
Eh già perché siamo abituati a pensare che “disabile” è uguale a malato, quando in realtà sono due condizioni diverse. Sia chiaro, anche una persona diversamente abile può essere malata, ma ciò non significa che l’uno stato implichi l’altro.
A dire il vero nel tempo ho capito che chi è persona disabile non si sente affatto malato ma semplicemente consapevole di fare le cose in maniera diversa e che all’interno della nostra società, non sempre gli risulta facile agire liberamente. Ed ecco che ci troviamo “nell’ambiente sfavorevole”!
Mio figlio di 12 anni, che ha una tetraplegia spastica dovuta ad una nascita prematura, mi ha insegnato e mi insegna tutti i giorni che lui può tutto. Basta volerlo! Ma è proprio sul ‘basta volerlo’ che casca l’asino! A parte mio figlio, chi altro deve ‘volerlo’? È sufficiente la sua volontà di fare una cosa affinché la possa poi effettivamente fare? Facciamo un esempio: sciare anche se è su una sedia a rotelle, oppure ballare o giocare a basket?
Ribaltiamo la domanda e chiediamoci se è sufficiente per un qualsiasi ragazzo ‘normodotato’ voler imparare a sciare per diventare un bravo sciatore. In tutta onestà la risposta è no in entrambi i casi. Impegno personale e volontà sono sicuramente fondamentali ma anche istruttori, strutture e ‘condizioni favorevoli’.
Ecco appunto, dove sono le ‘condizioni favorevoli’? Se pensiamo che è difficile semplicemente fare una passeggiata con una carrozzina perché i marciapiedi in città spesso non sono adatti, come può una persona in condizioni di disagio rispetto ad un ambiente sfavorevole permettersi di sognare di fare qualcosa un po’ oltre il quotidiano? E chi stabilisce che il sogno di una persona diversamente abile sia meno valido di una persona normodotata?
L’ho buttata sullo sport che è prettamente fisico e rende più immediata la consapevolezza degli ostacoli che si incontrano ma è così anche da un punto di vista intellettivo. Basti pensare alla scuola. Perché uno studente che non può scrivere usando una penna non è messo nelle stesse condizioni degli studenti che invece scrivono? Perché in una società moderna come la nostra, la scuola: luogo dove si formano i nostri figli e dove si dovrebbe potenziare al massimo le loro capacità, questo non accade in maniera uguale e paritario per tutti? Nella migliore delle ipotesi si avrà la fortuna di incontrare un insegnante di sostegno preparato che con le sue competenze riuscirà a trasmettere all’alunno la voglia di cercare di superare gli ostacoli che già tra i banchi di scuola incontrerà.
La disabilità è forse una colpa che l’individuo deve espiare nella vita? Una specie di condanna a non poter fare? Perché se si pensa a tutti gli ostacoli che una persona diversamente abile incontra lungo il suo percorso di vita, la conclusione pare proprio questa. Ma sappiamo bene che non è affatto una colpa e se avessimo la capacità di farci guidare dal buon senso invece che dai pregiudizi, ci accorgeremo che i potenziali e la volontà dei diversamente abili sono spesso anche superiori ai nostri.Perché chi nonostante tutte le barriere che incontra lungo il suo cammino riesce a sorridere, avere una serenità interiore e magari farsi notare per doti particolari, pur avendo tutto a sfavore, non può che essere considerato superiore agli altri.

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